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Milano viene scossa dall’omicidio di un uomo di circa sessant’anni, un ricco commerciante di carni dalla vita apparentemente irreprensibile. Viene ucciso a colpi di pistola e sul suo corpo l’assassino lascia un particolare decisamente insolito: un sasso bianco, liscio e rotondo, appoggiato sul petto.

Pochi giorni dopo accade di nuovo.

Un’altra persona viene assassinata con modalità simili e anche questa volta sul cadavere compare una pietra.

A quel punto la coincidenza non è più possibile. Milano ha il suo “assassino dei sassi”, i giornali e le televisioni si impadroniscono immediatamente della storia e comincia a diffondersi l’ipotesi più allarmante: che dietro quelle morti ci sia il ritorno del terrorismo.

Mentre il clamore cresce, l’indagine vera viene affidata, quasi clandestinamente e lontano dai riflettori, a Tarcisio Ghezzi e Antonio Carella, due poliziotti molto diversi tra loro ma accomunati da una certa insofferenza verso le verità troppo facili. Devono scoprire cosa leghi le vittime e soprattutto quale significato abbiano quei sassi lasciati sui loro corpi.

E le vittime, nel frattempo, diventano tre.

Carlo Monterossi entra nella storia seguendo una strada completamente diversa.

È finalmente sul punto di lasciare Crazy Love, il programma televisivo di enorme successo che lo ha reso ricco e che detesta, quando Katia Sironi, la sua agente e amica, gli chiede aiuto per una faccenda molto personale.

L’anziana madre di Katia ha subito un furto in casa. Sono spariti alcuni gioielli e, tra questi, c’è un anello di grandissimo valore che deve assolutamente essere recuperato.

Carlo coinvolge naturalmente Oscar Falcone e i due cominciano a cercare il gioiello.

La loro indagine li porta lontano dalla Milano confortevole di Monterossi e dentro il quartiere popolare di San Siro, una realtà fatta di case occupate, anziani con pensioni insufficienti, immigrati, piccoli delinquenti, famiglie in difficoltà e persone che hanno trasformato l’arte di arrangiarsi in una necessità quotidiana.

Qui convivono equilibri precari, occupazioni abusive, piccoli traffici e gruppi diversi che si contendono spazi e possibilità di sopravvivenza.

È una Milano geograficamente vicinissima a quella dei ricchi imprenditori e delle case eleganti, ma socialmente sembra appartenere a un altro pianeta.

Così il romanzo procede seguendo tre storie.

Ghezzi e Carella cercano l’assassino dei sassi.

Monterossi e Oscar cercano l’anello della madre di Katia.

E nel quartiere di San Siro si muove un gruppo legato a un collettivo di sinistra impegnato nella battaglia per il diritto alla casa, insieme a un’umanità composta da poveri italiani e stranieri, occupanti, piccoli criminali e persone che cercano semplicemente di restare a galla.

All’inizio sono mondi che sembrano non avere niente in comune.

Poi Carlo, cercando una pietra preziosa, finisce letteralmente per imbattersi nelle altre pietre: quelle lasciate sui cadaveri.

Le due indagini cominciano così ad avvicinarsi.

Dalle case popolari di San Siro alle vie eleganti del centro, dalle cantine dei palazzi a un albergo sul lago, Monterossi e Oscar percorrono una strada mentre Ghezzi e Carella ne seguono un’altra, fino a quando diventa evidente che ciò che sta accadendo nel presente ha radici molto più lontane.

Bisogna tornare indietro nel tempo, a vicende accadute circa trent’anni prima, per cominciare a comprendere perché qualcuno abbia deciso di uccidere.

E soprattutto perché lasci un sasso sui morti.

Alla fine le storie dei ricchi e quelle dei poveri, della Milano rispettabile e di quella dimenticata, della polizia e degli investigatori improvvisati finiranno inevitabilmente per incontrarsi.

Ma Robecchi lascia emergere una verità molto meno rassicurante della semplice individuazione di un colpevole: in questa storia distribuire nettamente ragioni e torti è quasi impossibile.

Perché, in modi diversi, hanno tutti torto marcio.

Quarto appuntamento con Carlo Monterossi.

E ormai non posso più fingere che sia soltanto curiosità: io in questo mondo ci sto proprio bene.

Con Torto marcio, però, ho avuto una sensazione diversa rispetto ai romanzi precedenti. Monterossi c’è, naturalmente, con Oscar, Bob Dylan, Crazy Love e il suo irresistibile fastidio per quel mondo televisivo che gli ha dato tutto ciò che materialmente si possa desiderare.

Ma questa volta mi è sembrato che Robecchi gli chiedesse di fare un piccolo passo indietro.

Il protagonista vero diventa qualcosa di molto più grande: Milano e le sue contraddizioni.

Una città dove possono convivere, a pochissima distanza, vite che non potrebbero essere più lontane. Chi possiede moltissimo e chi deve inventarsi ogni giorno un modo per arrivare a quello successivo. Chi può permettersi di ignorare i problemi e chi dentro quei problemi ci vive.

E soprattutto una città che, davanti alla paura, cerca immediatamente una spiegazione semplice.

C’è un assassino? Deve essere terrorismo.
Ci sono quartieri difficili? Serve più sicurezza.
Ci sono poveri? In qualche modo diventano un problema da risolvere.

Robecchi prende questi automatismi e li mette sotto una lente, senza però trasformare il romanzo in un trattato sociale.

Per fortuna.

Perché continua a fare quello che mi piace di più della sua scrittura: raccontare cose anche molto serie con un’ironia che arriva improvvisa e spesso è più efficace di qualsiasi discorso.

Questa volta, però, ho trovato il romanzo più corale.

Ghezzi e Carella acquistano molto spazio e devo dire che la cosa non mi è dispiaciuta affatto. La parte investigativa diventa più importante e il piacere consiste anche nel seguire storie che per parecchio tempo sembrano non avere nulla a che fare l’una con l’altra.

All’inizio mi sono chiesta più volte: ma dove vuole andare a parare Robecchi?

Poi i fili cominciano a tendersi.

Le distanze diminuiscono.

E quello che sembrava disperso acquista progressivamente un senso.

È una costruzione che richiede un po’ più di attenzione rispetto ai primi romanzi e forse anche un po’ più di pazienza. Ma quando i pezzi cominciano a incastrarsi, ho apprezzato proprio l’ampiezza del disegno.

E poi c’è il titolo.

Torto marcio.

Più andavo avanti e più mi sembrava perfetto, perché in questa storia è difficilissimo distribuire ragioni e colpe in maniera ordinata. Non c’è un mondo dei giusti contrapposto a quello dei cattivi. Ci sono persone che scelgono, sbagliano, si convincono di avere buone ragioni e qualche volta fanno cose terribili proprio in nome di quelle ragioni.

E questo mi è sembrato uno degli aspetti più interessanti del romanzo.

Monterossi, intanto, continua a piacermi proprio perché rimane un uomo pieno di contraddizioni.

Può permettersi una vita privilegiata, ma guarda con insofferenza il mondo dei privilegiati. Ha fatto fortuna con una televisione che considera pessima. Potrebbe starsene comodamente alla larga dai problemi degli altri e invece, inevitabilmente, ci finisce dentro.

Ormai è chiaro: Carlo non è un investigatore.

È semplicemente uno che non riesce a guardare dall’altra parte.

Anche Torto marcio l’ho ascoltato su Audible, letto da Gigio Alberti.

Questa volta non ho più avuto lo spaesamento provato all’inizio di Di rabbia e di vento. La sua voce ormai è entrata nel mondo di Monterossi e l’ascolto è stato piacevole e naturale. Alberti gestisce bene i tanti personaggi e soprattutto un romanzo nel quale le voci e i punti di vista sono numerosi.

La mia preferenza per Fabrizio Bentivoglio rimane – quella prima voce di Monterossi per me aveva qualcosa di speciale – ma ormai Gigio Alberti non lo vivo più come “quello che ha sostituito Bentivoglio”.

È diventato semplicemente la voce di questa parte del mio viaggio con Carlo.

Alla fine, Torto marcio mi è sembrato forse meno intimo di Di rabbia e di vento, ma più ambizioso.

Allarga il campo, moltiplica i personaggi e usa il giallo per raccontare una società nella quale tutti reclamano giustizia, anche se ognuno sembra averne una propria idea.

E io continuo a seguire Robecchi soprattutto per questo.

Perché voglio scoprire chi è l’assassino, certo. Ma ormai so che, quando entro in un suo romanzo, il morto è soltanto una parte della storia

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