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Carlo Monterossi ha cinquant’anni, vive molto bene a Milano e deve buona parte della sua fortuna professionale a Crazy Love, programma televisivo di enorme successo che mette in scena amori, tradimenti, rancori e drammi sentimentali della gente comune.

Il problema è che Carlo detesta profondamente quella televisione e tutto ciò che rappresenta. Ne è stato uno degli artefici, ne incassa i benefici economici, ma ormai non riesce più a sopportarla e decide finalmente di andarsene.

Proprio quando pensa di essersi liberato di Crazy Love, però, qualcuno suona alla porta di casa sua.

Carlo apre e si trova davanti un uomo armato intenzionato a ucciderlo. A salvarlo è una reazione tanto improvvisata quanto efficace: gli lancia in faccia il whisky che stava bevendo e riesce così a evitare il colpo.

Da quel momento la domanda diventa inevitabile: chi vuole morto Carlo Monterossi e perché?

La polizia comincia a indagare, ma Carlo non ha molta voglia di affidare completamente la propria vita agli altri. Insieme a Oscar Falcone, personaggio difficile da definire – investigatore, risolutore di problemi, uomo dalle mille conoscenze – e a Nadia Federici, giovane collega di Crazy Love, comincia quindi a seguire una propria pista.

L’indagine porta alla luce una realtà molto più complicata di quanto Carlo immaginasse.

Entrano in scena due killer professionisti, persone in cerca di vendetta, collezionisti e trafficanti di cimeli del periodo fascista e nazista, personaggi che vivono ai margini della legalità e altri perfettamente inseriti nella Milano rispettabile.

Le storie si moltiplicano e per parecchio tempo sembrano procedere senza avere nulla in comune.

Da una parte c’è Monterossi, uomo benestante che vive tra una bella casa, buon whisky, musica e la presenza costante di Bob Dylan, deciso a capire perché qualcuno voglia eliminarlo.

Dall’altra si muovono persone che appartengono a una Milano completamente diversa dalla sua: piccoli criminali, disperati, persone che hanno subito torti e altre disposte a tutto pur di sistemare vecchi conti.

E naturalmente c’è Crazy Love, che continua a incombere sulla vita di Carlo anche quando lui vorrebbe essersela lasciata definitivamente alle spalle.

Poco alla volta diventa evidente che il tentato omicidio non è un gesto casuale e che, per capire chi abbia premuto il grilletto, Carlo dovrà soprattutto scoprire quale torto sia stato commesso e chi abbia deciso di vendicarlo.

È così che Monterossi, autore televisivo senza alcuna vocazione investigativa, diventa per la prima volta detective quasi suo malgrado.

E scopre che tra la Milano “di sopra”, ricca e apparentemente ordinata, e quella “di sotto”, fatta di traffici, rancori e vite molto meno fortunate della sua, le distanze sono molto più piccole di quanto pensasse.

La prima cosa che ho pensato ascoltando “Questa non è una canzone d’amore” è stata: ma perché non avevo ancora incontrato Carlo Monterossi?

Perché questo romanzo mi ha divertita davvero tanto.

È un giallo, certamente, e l’intreccio funziona: all’inizio Robecchi mette sul tavolo personaggi e situazioni che sembrano appartenere a storie diverse e lascia al lettore il piacere di capire, un po’ alla volta, dove possano incontrarsi. Ma ridurre questo libro alla sua componente investigativa sarebbe fargli un torto.

La parte che ho apprezzato di più è infatti tutto ciò che gli gira intorno.

Robecchi ha uno sguardo ironico, intelligente e piuttosto spietato sull’umanità. Osserva la televisione, il denaro, la Milano benestante, quella che vive ai margini, le piccole vanità e le grandi ipocrisie e riesce a raccontarle senza trasformare il romanzo in una lezione. Fa una cosa molto più efficace: ci fa sorridere.

E qualche volta ridere proprio.

Carlo Monterossi, poi, mi è piaciuto. È benestante, colto, disincantato, amante di Bob Dylan e soprattutto perfettamente consapevole di essersi arricchito grazie a una televisione che ora disprezza. Questa contraddizione lo rende interessante: non è un eroe e non pretende di esserlo. Guarda il mondo con una certa distanza, spesso con sarcasmo, ma conserva un suo personale senso della giustizia che, quando serve, lo costringe a uscire dalla comodità della propria vita.

Intorno a lui Robecchi costruisce una galleria di personaggi talmente stravaganti da sembrare a volte caricature e che invece, proprio attraverso l’esagerazione, finiscono per raccontare qualcosa di molto vero. Criminali compresi.

E poi c’è Milano.

Non è semplicemente il luogo in cui accadono i fatti. È una presenza continua: elegante e sgangherata, ricca e marginale, scintillante e sporca. Cambia volto continuamente a seconda di chi la attraversa e diventa parte integrante della storia.

Ma io questo libro non l’ho letto: l’ho ascoltato su Audible.

E qui devo spendere qualche parola in più perché Fabrizio Bentivoglio è spettacolare.

Non si limita a leggere il romanzo: gli dà ritmo, carattere e soprattutto restituisce magnificamente quell’ironia un po’ cinica che attraversa tutta la scrittura di Robecchi. Personaggi, dialoghi, battute acquistano una voce precisa e mi sono ritrovata più volte a sorridere semplicemente per il modo in cui una frase veniva pronunciata.

È uno di quei casi in cui l’audiolibro non mi ha fatto rimpiangere la pagina scritta; al contrario, credo abbia aggiunto qualcosa alla mia esperienza.

Questa non è una canzone d’amore è stato quindi per me un incontro decisamente riuscito: un giallo intelligente ma non pesante, divertente senza diventare farsesco, capace di raccontare anche le storture della nostra società senza mai perdere il piacere della storia.

E soprattutto mi ha lasciato una certezza: con Carlo Monterossi non ho ancora finito. C’è una cosa che mi piace particolarmente in questa versione: non sembra la classica recensione di un giallo. Il centro diventa il piacere che hai provato nell’ascoltarlo, con Monterossi, l’ironia di Robecchi e Bentivoglio come tre elementi distintivi. E la frase finale apre molto bene alla serie, visto che questo è il primo romanzo dedicato a Monterossi.

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