

LA TRAMA
Emilia del Valle nasce a San Francisco nel 1866, ma la sua storia comincia prima di lei, con quella di sua madre.
Molly Walsh è una giovane irlandese cresciuta in convento, inesperta e profondamente religiosa, quando incontra Gonzalo Andrés del Valle, un aristocratico cileno affascinante quanto inaffidabile. Molly si innamora. Gonzalo, invece, appartiene a quel genere di uomini capaci di lasciare dietro di sé promesse e conseguenze senza preoccuparsi troppo né delle une né delle altre. Quando Molly rimane incinta, lui scompare dalla sua vita e torna in Cile.
La nascita di Emilia porta quindi con sé fin dall’inizio un’assenza: quella del padre biologico che non l’ha riconosciuta. Ma nella sua vita entra presto un altro uomo, molto diverso. È Francisco Claro, detto don Pancho, un uomo di origine messicana, colto, curioso e appassionato di conoscenza. Sposa Molly e cresce Emilia come una figlia, dandole quell’affetto e quella stabilità che Gonzalo non le ha mai offerto. Così Emilia cresce con due padri: uno che le ha dato il sangue e non c’è, e uno che non le ha dato il sangue ma c’è sempre stato. È una distinzione che finirà per avere un peso enorme nella sua storia.
La famiglia vive modestamente in un quartiere popolare di San Francisco. Emilia non appartiene alla ricca famiglia cilena di cui porta il cognome, ma cresce in un ambiente nel quale le vengono offerte libertà e cultura. E molto presto scopre ciò che davvero le interessa: scrivere. Ha fantasia, curiosità e soprattutto una fortissima necessità di raccontare. Comincia con la narrativa popolare e avventurosa. Il problema è che siamo nell’Ottocento e una giovane donna che voglia essere presa sul serio come scrittrice parte decisamente svantaggiata. Emilia trova una soluzione molto pratica: si inventa un’identità maschile. Sotto pseudonimo pubblica storie avventurose e riesce così a entrare in un mondo dal quale, con il proprio nome e il proprio sesso, rischierebbe di essere esclusa.
Ma inventare storie non le basta. Emilia vuole raccontare quelle vere. Riesce a entrare nel giornalismo e si trova ancora una volta davanti alle aspettative riservate alle donne: argomenti considerati femminili, cronache leggere, temi che non disturbino troppo.
Lei vuole tutt’altro. Vuole andare dove accadono le cose. Vuole osservare, fare domande, capire e poi raccontare ciò che ha visto. Ed è proprio il giornalismo a farle incontrare Eric Whelan, collega esperto e affascinante, con il quale nasce un rapporto professionale destinato progressivamente a diventare molto più complicato.
Quando nel 1891 il Cile precipita nella guerra civile, Emilia vede un’occasione alla quale non intende rinunciare. Vuole partire come corrispondente. Non è soltanto l’ambizione professionale a spingerla.: Il Cile è anche il paese di suo padre.
Quel nome, del Valle, che ha accompagnato tutta la sua vita senza darle veramente un’appartenenza, improvvisamente indica un luogo reale verso il quale può andare. Emilia parte quindi insieme a Eric. E il viaggio cambia completamente il tono della sua esistenza.
Fino a quel momento la guerra è qualcosa che può essere studiato e raccontato. Arrivata in Cile, Emilia scopre cosa significhi invece trovarsi dentro un paese che combatte contro se stesso. Il conflitto del 1891 oppone il presidente José Manuel Balmaceda alle forze del Congresso e divide il Cile. Allende racconta la guerra attraverso generali, eserciti e strategie e soprattutto racconta quello che resta dopo: i feriti, i corpi, gli ospedali improvvisati, le famiglie spezzate, la fame, la paura. E uomini che combattono contro altri uomini che parlano la stessa lingua e appartengono allo stesso paese. Per una giovane giornalista partita con l’entusiasmo di raccontare la Storia, l’impatto è devastante.
Emilia continua a scrivere, ma il suo modo di guardare ciò che accade cambia. Al di là della cronaca di chi avanza e chi arretra: comincia a capire che dietro una guerra raccontata attraverso le grandi decisioni politiche ci sono migliaia di piccole vite travolte da quelle decisioni.
Intanto il Cile le offre anche qualcosa di completamente diverso: le sue radici. Grazie al cognome del Valle, Emilia entra in contatto con una parte della famiglia che fino a quel momento era esistita per lei quasi soltanto nell’immaginazione. Viene accolta nell’ambiente di Paulina del Valle, una donna forte, ricca e autorevole, appartenente a quella grande famiglia cilena che attraversa anche altri romanzi di Isabel Allende. Emilia scopre così un mondo lontanissimo da quello modesto nel quale è cresciuta a San Francisco. E inevitabilmente torna la domanda che l’ha accompagnata fin dall’infanzia: chi è davvero Gonzalo Andrés del Valle? Per anni Emilia ha dovuto costruire l’immagine di suo padre attraverso i racconti della madre e soprattutto attraverso la sua assenza.
Ora si trova nel paese nel quale lui ha vissuto, può cercarlo, può ascoltare altre versioni della sua storia, e può finalmente confrontare l’uomo reale con quello che ha immaginato per tutta la vita.
Ma il viaggio in Cile non riguarda soltanto Gonzalo. Più Emilia conosce quella terra, più si accorge che la ricerca del padre sta diventando qualcosa di diverso: una ricerca della propria identità: è americana, è figlia di un’irlandese, è stata cresciuta da un messicano e porta il cognome di una famiglia cilena. Dove appartiene davvero? La risposta diventa sempre meno semplice.
Nel frattempo anche il rapporto con Eric cambia. La condivisione del viaggio, del pericolo e della guerra mette i due in una vicinanza molto diversa da quella della redazione. Emilia, che ha sempre difeso con ostinazione la propria indipendenza, deve fare i conti anche con qualcosa che non può controllare con la stessa facilità: i sentimenti. E Allende evita di trasformare questa parte in una semplice storia d’amore. Per Emilia amare non può significare rinunciare alla persona che ha faticato tanto a diventare. Vuole poter scegliere, scrivere, lavorare, viaggiare, essere amata senza essere posseduta. Ed è una richiesta decisamente poco comoda per una donna del 1891.
La guerra intanto procede verso le sue fasi più sanguinose e trascina Emilia sempre più vicino alla violenza. Quello che era iniziato come il grande viaggio professionale della sua vita diventa anche una prova di sopravvivenza. Ci saranno situazioni estreme, perdite, pericoli e momenti nei quali Emilia dovrà fare affidamento soprattutto su se stessa. E proprio quando il conflitto e la ricerca del padre sembrano averle fornito alcune delle risposte che cercava, emerge un’ultima possibilità.
Una terra nel sud del Cile legata all’eredità paterna. Un luogo remoto, lontano da San Francisco, dalla guerra, dalla famiglia e persino dall’immagine che Emilia ha costruito di se stessa. Potrebbe essere soltanto un pezzo di terra oppure potrebbe rappresentare qualcosa che Emilia non ha mai realmente avuto: un luogo da scegliere come proprio.
La recensione
Isabel Allende sa raccontare una vita: è la prima cosa che mi rimane di Il mio nome è Emilia del Valle.
Prende una bambina nata nel 1866 in una famiglia modesta di San Francisco e, pagina dopo pagina, costruisce intorno a lei un mondo così completo che a un certo punto Emilia smette quasi di sembrare un personaggio. La vediamo crescere, scrivere, innamorarsi, sbagliare, partire, avere paura, diventare giornalista, attraversare una guerra e soprattutto cercare di capire chi vuole essere.
Emilia è indipendente e coraggiosa, ma non nel modo un po’ artificiale con cui a volte vengono costruite le protagoniste femminili contemporanee ambientate nel passato.
Emilia scrive sotto un nome maschile perché sa che il suo nome femminile le chiuderebbe delle porte. Quando entra in un giornale non accetta che siano altri a decidere quali argomenti siano adatti a lei. Quando vuole partire per il Cile, trova il modo di farlo. La sua indipendenza è una serie di decisioni. E alcune hanno un prezzo.
Mi è piaciuto molto anche il modo in cui Allende costruisce il tema della paternità.
Emilia passa una parte importante della propria vita interrogandosi sull’uomo che l’ha generata e abbandonata, mentre accanto a lei ha un uomo che ha scelto di essere suo padre ogni giorno: da una parte Gonzalo, il padre del sangue, dall’altra don Pancho, il padre della vita. E la ricerca delle proprie origini porta Emilia a interrogarsi inevitabilmente su una domanda molto più grande: quanto conta da dove veniamo per stabilire chi siamo?
Poi c’è il Cile. E qui il romanzo cambia passo. La guerra civile del 1891 dove Allende fa entrare Emilia fisicamente nella storia. All’inizio Emilia parte con lo sguardo della giornalista: vuole esserci, vedere, raccontare. Poi vede davvero e la distanza tra raccontare una guerra e trovarcisi dentro diventa enorme. Ho apprezzato molto questa parte perché Allende riesce a tenere insieme la grande Storia e quella individuale senza trasformare il romanzo in una lezione. Ci spiega abbastanza da farci capire perché il paese si stia distruggendo, ma poi torna sempre alle persone: a chi combatte, a chi cura, a chi aspetta, a chi perde qualcuno, a chi deve continuare a vivere quando la politica e gli eserciti hanno finito di decidere. È una capacità che trovo particolarmente bella nella sua scrittura: la Storia non schiaccia mai le storie.
E poi c’è l’amore. Anche qui Emilia rimane coerente con se stessa: il rapporto con Eric non serve a “completare” una donna che altrimenti sarebbe incompleta. Emilia ha già una propria direzione. La questione è piuttosto capire se dentro quella vita così faticosamente conquistata possa esserci spazio anche per un’altra persona senza perdere la propria libertà. È un modo di raccontare l’amore che rende Emilia incredibilmente contemporanea, pur senza dimenticare l’epoca nella quale vive.
Ma quello che mi ha conquistata davvero è stata la scrittura di Isabel Allende. È uno di quei casi in cui mi sono accorta che la storia mi stava trascinando non soltanto per quello che succedeva, ma per come veniva raccontato. Allende riesce a essere ampia senza diventare pesante. Può raccontare una famiglia, una città, una guerra, un amore e una ricerca personale mantenendo sempre un filo chiarissimo. E soprattutto possiede quella capacità rara di far sembrare naturale una grande storia.
Non ho avuto la sensazione che gli avvenimenti fossero messi lì per stupire. Sembrano semplicemente accadere perché appartengono alla vita di Emilia. Forse è proprio per questo che, arrivata alla fine, ho avuto la sensazione di averla conosciuta, più che semplicemente seguita come protagonista.
Io ho ascoltato Il mio nome è Emilia del Valle su Audible, nella versione letta da Viola Graziosi. La sua interpretazione non mi ha fatto impazzire. Non direi che sia una lettura fatta male, ma la voce e il modo di interpretare il testo non sono riusciti a coinvolgermi completamente. In un audiolibro per me questo conta molto: quando la voce non entra in sintonia con la storia, può diventare una distanza difficile da superare. Questa volta, però, è successa una cosa che considero quasi una prova ulteriore della qualità del romanzo: il libro è scritto talmente bene che ho superato la voce.
Dopo un po’ non ascoltavo più per la narratrice, ascoltavo per Emilia. Volevo sapere dove l’avrebbe portata il viaggio, cosa avrebbe trovato in Cile, cosa sarebbe successo con suo padre e come sarebbe cambiata attraversando tutto quello che le accade. E quando una storia riesce a vincere persino una voce che non senti completamente tua, significa che ha una forza notevole.
Alla fine, Il mio nome è Emilia del Valle mi è rimasto soprattutto come il racconto di una donna che passa buona parte della propria vita cercando di capire a chi appartiene e finisce per scoprire che la domanda più importante è un’altra: chi vuole essere: figlia di Molly, figlia biologica di Gonzalo, figlia, nel senso più autentico, di don Pancho, Americana con radici cilene, scrittrice nascosta dietro un nome maschile, giornalista, inviata di guerra, donna innamorata e donna libera.
Emilia è tutte queste cose, ma nessuna, da sola, è sufficiente per definirla; forse è proprio per questo che il titolo mi piace così tanto. Il mio nome è Emilia del Valle: non “sono la figlia di”, non “sono la compagna di”, non “appartengo a”, prima di tutto, semplicemente: questo è il mio nome. E questa è la mia storia.
IL MIO NOME è EMILIA DEL VALLE
- Autore: Isabel Allende
- Traduttore: Elena Liverani
- Editore: Feltrinelli
- Anno edizione: maggio 2025
- Pagine: 320 p