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Un regista turco che da molti anni vive a Roma prende un aereo per Istanbul, la città nella quale è nato e cresciuto.

Non è un ritorno qualsiasi.

La casa della sua infanzia sta per essere demolita e lui sente il bisogno di rivederla un’ultima volta, quasi volesse salutare non tanto un edificio quanto tutto ciò che quelle stanze hanno custodito.

Appena arriva, Istanbul comincia a restituirgli il passato.

Rivede la madre, bellissima, elegante e malinconica; il padre, che un giorno scompare misteriosamente dalla vita della famiglia per ricomparire soltanto dieci anni dopo; la nonna, donna raffinata che conserva qualcosa dell’antico mondo ottomano; le zie, in realtà amiche della madre, presenze eccentriche e vitali; e Diamante, la domestica che appartiene ai ricordi familiari quasi quanto i parenti.

Tornano anche immagini più piccole, ma non meno importanti.

Il primo aquilone. Le estati trascorse sul Mar di Marmara. I profumi della città. Il primo film visto da bambino, quando ancora non poteva sapere che il cinema sarebbe diventato la sua vita. I primi desideri, i primi baci e soprattutto il primo grande amore, vissuto quando era molto giovane: intenso, proibito e destinato a lasciare una traccia che il tempo non è riuscito a cancellare.

Il viaggio diventa così un continuo passaggio tra presente e memoria.

Ma sullo stesso aereo partito da Roma viaggiava anche Anna, seduta proprio accanto al regista.

I due non si conoscono e, una volta atterrati, le loro strade sembrano destinate a separarsi.

Anna è arrivata a Istanbul insieme al marito Michele e a una giovane coppia di amici e collaboratori. È una donna abituata ad avere tutto sotto controllo: il lavoro, il matrimonio, la propria vita.

Istanbul, però, comincia lentamente a scombinare quell’ordine.

Durante il soggiorno Anna scopre qualcosa sul marito che mette improvvisamente in discussione il loro rapporto e tutte le certezze sulle quali aveva costruito la propria esistenza.

La reazione iniziale è inevitabilmente dolorosa, ma quello che potrebbe rappresentare soltanto la fine di un matrimonio si trasforma poco alla volta in qualcosa di diverso.

Anna comincia a guardare la città.

Non più soltanto con gli occhi della turista, ma lasciandosi trascinare dentro una Istanbul fatta di hamam, piccoli negozi, incontri casuali, tè, strade, persone e rituali che appartengono a un mondo lontano dal suo.

Mentre Anna scopre una possibilità di vita che non aveva previsto, il regista continua il proprio viaggio nella memoria.

Intorno a entrambi c’è una città che a sua volta sta cambiando.

È il periodo delle proteste di Gezi Park: nelle strade ci sono manifestazioni, giovani che chiedono libertà, polizia, barricate, tensione e gesti di resistenza. Anche Istanbul sembra sospesa tra ciò che è stata e ciò che vuole diventare.

Le due storie continuano così ad avanzare quasi indipendentemente.

Da una parte un uomo che torna nella propria città per salutare il passato e scopre quanto quel passato continui a vivere dentro di lui.

Dall’altra una donna arrivata per pochi giorni che vede improvvisamente crollare il futuro che aveva immaginato e deve decidere che cosa fare della propria vita.

Lui guarda indietro.

Lei, dopo essere stata costretta a farlo, comincia forse a guardare avanti. E Istanbul accompagna entrambi, fino a quando i loro percorsi, iniziati casualmente uno accanto all’altro sui sedili di un aereo, finiscono per avvicinarsi nuovamente.

Rosso Istanbul è uno di quei libri nei quali la trama, da sola, racconta soltanto una parte di ciò che si trova dentro.

Più che un romanzo tradizionale, mi è sembrato un viaggio nella memoria di Ferzan Ozpetek, anche se realtà e invenzione si mescolano continuamente ed è difficile – e forse inutile – cercare di capire dove finisca l’una e cominci l’altra.

C’è molto del suo mondo: la famiglia, l’infanzia, la scoperta dell’amore e del desiderio, le assenze, le persone perdute, le donne forti ed eccentriche e soprattutto il legame profondissimo con Istanbul.

Ed è proprio Istanbul il vero cuore del libro.

Non è semplicemente il luogo in cui si svolgono le due storie. È una presenza continua, quasi un personaggio.

È la città dell’infanzia del regista e contemporaneamente quella delle proteste di Gezi Park. È antica e moderna, sensuale e violenta, malinconica e vitale. Conserva il passato mentre cambia velocemente sotto gli occhi di chi la attraversa.

E soprattutto produce effetti opposti sui due protagonisti.

Il regista torna a Istanbul e viene continuamente trascinato verso ciò che è stato. Ogni luogo sembra aprire una porta e dietro quella porta c’è qualcuno: sua madre, suo padre, la nonna, le zie, un amore, un’estate, un momento apparentemente insignificante rimasto intatto nella memoria.

Anna compie quasi il percorso contrario.

Arriva con una vita perfettamente organizzata e proprio a Istanbul quell’ordine si rompe. Una scoperta dolorosa la costringe a mettere in discussione il matrimonio e, insieme a quello, anche l’immagine che aveva costruito della propria esistenza.

Le due storie finiscono così per muoversi in direzioni opposte: una verso il passato, l’altra verso la possibilità di ricominciare.

In mezzo ci sono temi che è facile riconoscere come appartenenti all’universo di Ozpetek.

La famiglia, innanzitutto, ma raramente quella ordinata e convenzionale.

Gli amori che non seguono le regole.

Le donne, spesso fortissime proprio quando sembrano più fragili.

Le persone che entrano nella nostra vita e continuano ad abitarla anche quando non ci sono più.

Il desiderio, la perdita, la nostalgia.

E soprattutto l’idea che un incontro, una coincidenza o una scelta apparentemente insignificante possano cambiare completamente la direzione di un’esistenza.

Leggendo Rosso Istanbul è inoltre difficile dimenticare che il suo autore è prima di tutto un regista.

Molte pagine sembrano già avere una luce, una musica, un’inquadratura. Alcune scene sono estremamente visive e i ricordi affiorano quasi come brevi sequenze cinematografiche.

Il suo valore sta soprattutto nelle atmosfere, nei personaggi, nei ricordi e nelle immagini che Ozpetek costruisce.

Io l’ho ascoltato su Audible, nella versione letta da Ludovica Modugno.

A distanza di tempo non ricordo una sensazione particolare legata alla sua interpretazione, ma ricordo di averla ascoltata con piacere. E per me questo è già significativo: quando una voce non riesce a entrare in sintonia con il libro, difficilmente riesco ad arrivare fino alla fine.

Se dovessi raccontare il messaggio che mi ha lasciato il viaggio raccontato da Ozpetek, direi che possiamo cambiare città, casa, persone, amori, possiamo allontanarci per anni e convincerci che qualcosa sia definitivamente concluso e poi basta un luogo, un profumo, un volto o un ricordo improvviso per accorgerci che il passato non è rimasto dove lo avevamo lasciato: ce lo siamo portato dietro.

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