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Un’auto lascia Roma al mattino presto. A guidarla è un famoso regista di origine turca; accanto a lui c’è l’uomo che ama e con il quale condivide ormai da anni la propria vita.

Il viaggio dovrebbe portarli semplicemente fuori città, verso la casa di montagna del compagno. Ma quelle ore trascorse insieme diventano l’occasione per un viaggio molto più lungo.

Il regista comincia a parlare. Racconta all’uomo che gli siede accanto la propria vita, quasi volesse consegnargliela tutta: le persone incontrate, gli amori, le amicizie, i desideri, le perdite, le follie e i momenti che lo hanno trasformato nell’uomo che è diventato.

Il compagno ascolta.

E proprio questo dialogo quasi a senso unico diventa il filo che tiene insieme una storia costruita soprattutto attraverso i ricordi.

Gran parte di quei ricordi porta a Roma, la città nella quale il protagonista è arrivato dalla Turchia e ha costruito la propria vita.

Ma c’è soprattutto un luogo che ritorna continuamente: un grande palazzo romano che negli anni diventa una specie di piccolo mondo nel quale entrano ed escono persone diversissime: amici, vicini, amanti, donne e uomini eccentrici, persone apparentemente fortissime e altre molto più fragili. Le porte degli appartamenti sembrano aprirsi continuamente. Si organizzano cene, feste e domeniche trascorse insieme sulla terrazza. Si litiga, ci si innamora, ci si lascia, qualcuno sparisce e qualcun altro entra improvvisamente a far parte di quella strana famiglia che non ha bisogno di legami di sangue per sentirsi tale.

Tra le figure che emergono dai ricordi c’è soprattutto Vera. Vera è nata Mario, ma essere Mario non corrisponde alla persona che sente di essere. È esuberante, imprevedibile, teatrale, capace di trasformare la propria presenza in qualcosa che difficilmente passa inosservato. La sua storia attraversa una Roma nella quale vivere liberamente la propria identità è ancora tutt’altro che semplice. Attorno a lei, però, esiste una comunità che impara a costruire le proprie regole e soprattutto i propri legami.

Accanto a Vera compaiono molti altri personaggi: Valerio, Rosita, Massimo, Massimiliano, Giuseppe, Sergio, Adriano, insieme ad amici e conoscenti che negli anni entrano nella vita del protagonista e, in modi diversi, vi lasciano qualcosa.

C’è anche Adelaide, madre di Massimiliano, una donna abilissima nel suscitare simpatia e compassione e altrettanto abile nel procurarsi il denaro necessario per alimentare la propria passione per il gioco.

E poi ci sono le donne amate dal protagonista.

Tra queste Federica, una presenza importante della sua vita e il ricordo di un amore che appartiene a un’altra stagione ma non per questo viene cancellato da quelli successivi.

Perché nel racconto di Ozpetek l’amore non procede secondo categorie molto ordinate: ci sono uomini e donne, desideri diversi, rapporti che durano e altri che finiscono. Alcune persone diventano amanti, altre amici, altre ancora qualcosa che non ha bisogno di una definizione precisa.

Il protagonista racconta tutto questo al suo compagno senza cercare di riscrivere il passato alla luce del presente. Quelle persone hanno fatto parte della sua vita e, proprio per questo, continuano in qualche modo a farne parte.

Nei ricordi ritornano anche le estati romane degli anni Ottanta, vissute con una libertà che sembra quasi assoluta. Ci sono le giornate sulla spiaggia chiamata Il Buco, gli incontri, la scoperta della sessualità, le notti, le feste e quella comunità di uomini che ha imparato a riconoscersi e proteggersi in un’epoca nella quale l’omosessualità è ancora circondata da molti pregiudizi.

Poi qualcosa cambia. Arriva l’AIDS. All’inizio è una paura difficile persino da comprendere. Poi quella paura acquista nomi e volti conosciuti. Le persone cominciano ad ammalarsi. Alcune muoiono.

Quella comunità allegra e trasgressiva scopre improvvisamente la fragilità e, insieme alla paura, nasce una forma fortissima di solidarietà. Gli amici diventano famiglia anche nel senso più concreto: si assistono, si accompagnano, si occupano gli uni degli altri quando altri preferiscono allontanarsi.

Nel viaggio affiorano anche ricordi molto più lontani: Istanbul, l’infanzia, la madre, la nonna, le donne della famiglia e quel mondo turco che il protagonista si è portato dietro anche dopo aver scelto Roma.

E naturalmente c’è il cinema. La vita professionale del regista entra continuamente nella sua vita privata, tanto che a volte diventa difficile capire dove finisca una e cominci l’altra. Persone realmente incontrate sembrano trasformarsi in personaggi; episodi vissuti ritornano sotto altre forme; amicizie, case, amori e perdite finiscono per alimentare le storie che racconterà sullo schermo.

Ma durante tutto questo racconto rimane una presenza silenziosa: l‘uomo seduto accanto a lui.

Il protagonista gli parla continuamente. Gli racconta gli altri proprio perché vuole raccontargli se stesso: chi era prima di incontrarlo, chi ha amato, chi ha perduto e quali persone lo hanno condotto, senza saperlo, fino alla vita che condivide oggi con lui. Più i chilometri passano, più si avverte però che quel lungo racconto non nasce semplicemente dalla nostalgia. C’è una ragione per cui proprio quel giorno sente il bisogno di raccontare tutto. E c’è qualcosa di particolare anche nel silenzio dell’uomo che gli siede accanto.

Alla fine, Sei la mia vita diventa così il racconto di tante vite contenute dentro una sola: quelle delle persone che abbiamo amato e che, anche quando non sono più accanto a noi, continuano a contribuire a ciò che siamo diventati.

Dopo Rosso Istanbul, ritrovare Ferzan Ozpetek scrittore significa entrare nuovamente in un universo che, per chi conosce il suo cinema, ha qualcosa di immediatamente familiare.

Ci sono Roma e Istanbul, le tavolate affollate, gli appartamenti nei quali le porte sembrano essere sempre aperte, gli amici che diventano famiglia, le donne forti ed eccentriche, l’omosessualità, il desiderio, la perdita e soprattutto l’amore.

Ma in Sei la mia vita c’è qualcosa in più: leggendo si ha quasi la sensazione di scoprire da dove sia nato il cinema di Ozpetek.

Molte delle persone, delle atmosfere e delle esperienze raccontate nel libro sembrano essere la materia reale dalla quale Ozpetek ha attinto negli anni per costruire il proprio immaginario cinematografico. Lo stesso regista, presentando il romanzo, ha parlato della presenza nel libro dei personaggi dei suoi film. E allora diventa inevitabile pensare a Le fate ignoranti, ma anche a Saturno contro e, più in generale, a quel mondo nel quale le famiglie più importanti non sempre sono quelle stabilite dai legami di sangue. Vera è forse l’esempio più evidente. Eccessiva, fragile, libera, teatrale, sembra un perfetto personaggio cinematografico di Ozpetek. E infatti la sua figura presenta una corrispondenza riconoscibile con Mara de Le fate ignoranti.

Questo cambia anche il modo di leggere il romanzo. Non viene più spontaneo domandarsi quanto ci sia di autobiografico e quanto di inventato. Piuttosto viene da chiedersi quante delle persone incontrate da Ozpetek nel corso della sua vita abbiano continuato a vivere, trasformate, dentro le sue storie.

Il protagonista è un regista turco che vive a Roma e racconta all’uomo che ama il proprio passato durante un viaggio in automobile. Fuori dal finestrino scorre il presente; dentro l’auto scorrono invece decenni di vita.

Ed è un espediente molto semplice che funziona bene, perché permette al racconto di procedere come procede davvero la memoria: senza un ordine perfetto. Una persona ne richiama un’altra, un luogo fa riaffiorare un episodio, un amore porta inevitabilmente al ricordo di un altro amore.

Poco alla volta si compone così una sorta di mappa affettiva dell’esistenza del protagonista.

Roma occupa un posto enorme in questa mappa. Non è la Roma monumentale delle cartoline. È quella degli appartamenti, delle terrazze, di via Ostiense, delle spiagge, delle notti e soprattutto delle persone che arrivano da altrove e finiscono per costruirsi una famiglia diversa da quella nella quale sono nate. Ed è anche una Roma che cambia. La parte dedicata agli anni Ottanta e all’arrivo dell’AIDS modifica inevitabilmente il tono del racconto. La libertà e la leggerezza di una generazione vengono improvvisamente attraversate dalla paura, dalla malattia e dalla morte.

Eppure Ozpetek non racconta soltanto la tragedia. Racconta quello che nasce intorno ad essa: la cura. Gli amici che rimangono. Le persone che assistono chi sta male. Una comunità che diventa famiglia proprio quando ce n’è più bisogno. E forse è qui che si riconosce una delle idee più profonde di tutto il mondo di Ozpetek: la famiglia non è necessariamente quella nella quale nasciamo. Può essere anche quella che costruiamo scegliendo le persone da tenere accanto a noi.

Dopo aver letto Sei la mia vita, questa presenza così ricorrente nei suoi film appare quasi sotto una luce diversa. Non sembra più soltanto un tema narrativo caro al regista, ma qualcosa che affonda le radici nella sua esperienza e negli incontri che hanno segnato la sua vita.

Ozpetek è anche molto sentimentale e non cerca affatto di nasconderlo. Parla continuamente d’amore, di desiderio, di amicizia e di perdita. A volte insiste, forse persino troppo. Ma credo che eliminare questa componente significherebbe togliere qualcosa di essenziale al suo modo di raccontare. l titolo stesso, Sei la mia vita, lo dichiara apertamente: questo è un libro che non ha paura dei sentimenti.

E poi c’è l’ascolto.

Io l’ho seguito su Audible nella versione letta dallo stesso Ferzan Ozpetek, e mi è piaciuto molto anche come narratore. In questo caso credo che ascoltarlo dalla sua voce aggiunga davvero qualcosa. Il confine tra romanzo, memoria e autobiografia è già molto sottile sulla pagina; sentire Ozpetek raccontare personalmente quelle case, quelle persone, quegli amori e quelle perdite lo rende ancora più sottile. La sua voce, il suo accento e il suo modo di dare ritmo alle frasi fanno sembrare alcuni passaggi meno una lettura e più un lungo racconto fatto a qualcuno che gli siede accanto.

Ed è perfetto per un romanzo che nasce proprio così: un uomo in automobile che racconta la propria vita alla persona che ama. Alla fine, però, quello che mi rimane di Sei la mia vita è soprattutto un pensiero: siamo fatti anche delle persone che abbiamo incontrato. Di quelle rimaste con noi e di quelle perdute. Degli amori durati una vita e di quelli attraversati soltanto per un periodo. Degli amici diventati famiglia e persino di persone che magari abbiamo frequentato per poco ma che hanno lasciato qualcosa. Alcune escono dalla nostra quotidianità, ma non dalla nostra storia.

E forse è proprio questo il significato più bello del lungo racconto che il protagonista consegna all’uomo che gli sta accanto: dirgli “sei la mia vita” non significa cancellare tutte quelle precedenti, ma riconoscere che anche grazie a loro è diventato l’uomo che oggi può pronunciare quelle parole.

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