

LA TRAMA
Anna Prouse cresce a Milano in una famiglia benestante, ma la sua infanzia è tutt’altro che semplice.
Al centro dei suoi primi anni c’è soprattutto il difficile rapporto con la madre: una donna dura, capace di ferirla profondamente e dalla quale Anna continua, nonostante tutto, a desiderare ciò che ogni bambina vorrebbe ricevere senza doverlo chiedere: amore e approvazione.
Accanto a lei c’è invece un padre gentile, ma il contrasto tra le due figure non basta a proteggerla da una ferita che continuerà ad accompagnarla anche da adulta.
A sedici anni Anna ha però un luogo nel quale si sente davvero felice: il campo da tennis.
È molto brava, tanto da lasciar immaginare un possibile futuro da professionista. Lo sport sembra offrirle una direzione precisa e forse anche una via d’uscita da tutto il resto.
Poi, durante una partita che sta quasi per vincere, corre per raggiungere un’ultima palla e il ginocchio cede. L’infortunio mette fine al sogno.
Quello che potrebbe essere soltanto un episodio doloroso dell’adolescenza diventa invece uno dei primi grandi cambi di direzione della sua vita. Anna reagisce partendo. Va verso Oriente e scopre qualcosa che finirà per diventare la vera costante della sua esistenza: andare nei luoghi lontani, conoscere le persone che ci vivono e cercare di comprenderne il punto di vista prima di giudicarle.
Da quel momento la sua vita prende strade che sembrano appartenere a più esistenze diverse.
Viaggia, lavora come reporter e arriva a conoscere dall’interno realtà che per gran parte degli occidentali rimangono soltanto nomi sulle pagine dei giornali.
L’11 settembre 2001 la sorprende in Iran.
Mentre in Occidente le immagini degli aerei contro le Torri Gemelle cambiano improvvisamente la percezione del mondo, Anna assiste a quello stesso avvenimento da un luogo completamente diverso. Essere in Iran le permette di osservare reazioni e ragionamenti che non coincidono necessariamente con quelli occidentali e rafforza in lei la convinzione che per comprendere un paese non basti guardarlo da lontano.
Ma è soprattutto l’Iraq a segnare profondamente la sua storia.
Durante la Seconda guerra del Golfo lavora per la Croce Rossa e dirige un ospedale da campo a Baghdad.
Qui la guerra smette definitivamente di essere qualcosa che si osserva attraverso le notizie.
È fatta di persone ferite, paura, decisioni da prendere in condizioni estreme e vite quotidiane che cercano in qualche modo di continuare mentre intorno tutto viene distrutto.
Ed è proprio questa esperienza a far emergere uno dei temi più forti del libro: vincere militarmente una guerra e costruire la pace che viene dopo sono due cose completamente diverse.
Il coinvolgimento di Anna in Iraq non termina con la fase più evidente del conflitto.
Il generale americano David Petraeus la sceglie per guidare la ricostruzione di una provincia nel sud del paese, una delle zone più pericolose in cui operare.
Il suo compito non consiste soltanto nel ricostruire ciò che le bombe hanno distrutto. Significa soprattutto entrare in relazione con una società segnata da decenni di dittatura, guerre e violenza.
Anna deve parlare con persone molto diverse tra loro, comprese alcune che potrebbero considerarla una nemica.
È una donna occidentale in un ambiente quasi interamente maschile, eppure riesce progressivamente a conquistare la fiducia di interlocutori che sulla carta sembrerebbero lontanissimi da lei. Persino il suo giubbotto antiproiettile diventa qualcosa di personale: Anna lo decora con fiori di plastica, immagine quasi assurda e allo stesso tempo perfettamente coerente con il modo in cui affronta quel mondo.
Il pericolo, però, non è teorico: Anna subisce attentati. In uno di questi perdono la vita diversi componenti della sua squadra. Eppure continua.
Continua a incontrare le persone, a parlare anche con chi appartiene a mondi ostili al suo e a cercare piccoli modi concreti per mostrare che una vita diversa è possibile.
La ricostruzione passa anche attraverso gesti apparentemente minori: coinvolgere le persone nei processi democratici, creare occasioni di incontro, far conoscere esperienze nuove. Nel libro compare persino il racconto delle proiezioni di film alle quali, grazie alla fiducia conquistata, alcuni uomini permettono alle proprie donne di partecipare.
La guerra che Anna racconta, però, non è soltanto quella combattuta in Iraq. Ce ne sono altre, molto più private: c’è quella lunghissima con la madre e con il bisogno di sentirsi finalmente amata da lei, c’è quella con le conseguenze delle esperienze vissute e c’è infine una battaglia completamente diversa: un tumore.
Ancora una volta Anna si trova davanti qualcosa che può spezzare la traiettoria della sua vita. E ancora una volta deve ricominciare.
È per questo che il titolo finisce per assumere molti significati.
La guerra è quella vera, vissuta a Baghdad e nelle zone più pericolose dell’Iraq, ma è anche quella personale, combattuta dentro una famiglia, contro la paura, la malattia e le perdite.
E la pace non è semplicemente l’assenza delle bombe, è qualcosa che va costruito attraverso le persone, il dialogo, la conoscenza reciproca e, soprattutto, la capacità di continuare a vedere un essere umano prima di vedere un nemico.
Della mia guerra, della mia pace è stato tra le opere in concorso al Premio letterario Giovanni Comisso 2024, nella sezione Narrativa.
La recensione
Ci sono autobiografie nelle quali la parte più interessante è la persona che racconta e altre nelle quali sono gli avvenimenti vissuti a trascinare il lettore.
In Della mia guerra, della mia pace le due cose sono praticamente inseparabili.
La vita di Anna Prouse contiene una quantità tale di svolte, incontri, pericoli e ripartenze che, se non sapessimo che si tratta di una storia vera, alcuni passaggi potrebbero tranquillamente sembrare inventati.
Eppure quello che trovo più interessante del libro non è tanto l’eccezionalità delle esperienze vissute, quanto il modo in cui Anna sceglie continuamente di stare dentro quelle esperienze.
Avrebbe avuto molte occasioni per scegliere una vita più semplice.
Dopo l’infortunio che interrompe il sogno del tennis avrebbe potuto prendere un’altra strada. Dopo aver conosciuto la guerra avrebbe potuto decidere che era abbastanza. Dopo gli attentati avrebbe avuto ottime ragioni per andarsene. Dopo la malattia, ancora di più.
Invece riparte continuamente. E questo potrebbe facilmente trasformare il libro nel racconto celebrativo di una donna eccezionale. Fortunatamente non succede.
Anna Prouse racconta anche la propria fragilità, le paure, gli errori e soprattutto quella ferita molto antica che nasce nel rapporto con la madre. È forse uno degli aspetti che rendono il libro più umano. La bambina che desidera disperatamente essere amata e la donna che anni dopo si muove in Iraq con un giubbotto antiproiettile decorato con fiori sembrano due persone lontanissime. E invece sono la stessa.
La forza che le permette di affrontare situazioni estreme non cancella la parte vulnerabile. Le due dimensioni continuano a convivere.
Mi ha interessato molto anche lo sguardo con cui viene raccontato l’Iraq. Non è soltanto quello di un’occidentale arrivata per aiutare. Anna cerca continuamente di capire le persone che incontra, anche quando sono lontanissime dalla sua cultura e persino quando potrebbero rappresentare un pericolo.
Non significa giustificare la violenza. Significa cercare di comprenderne le radici. Ed è qui che il titolo acquista, secondo me, il suo significato più interessante: fare la guerra può essere terribilmente semplice rispetto a costruire la pace.
Una guerra può cominciare con una decisione politica e con le armi. La pace richiede invece tempo, fiducia, conoscenza, compromessi e soprattutto persone disposte a parlarsi quando sarebbe molto più facile considerarsi nemiche.
Il libro mostra anche le contraddizioni dell’intervento americano in Iraq e le enormi difficoltà della ricostruzione. Ma non mi sembra che Anna Prouse voglia trasformare la propria storia in un saggio geopolitico. La politica rimane sullo sfondo perché, alla fine, il suo interesse sembra tornare sempre nello stesso punto: le persone. Ed è probabilmente questo che rende la sua storia interessante anche per chi non è particolarmente appassionato di guerra, politica internazionale o Medio Oriente.
Perché Della mia guerra, della mia pace parla certamente dell’Iraq, ma parla anche di qualcosa di molto più vicino. Di cosa facciamo quando la vita che avevamo immaginato improvvisamente non esiste più: a sedici anni Anna perde il futuro nel tennis, più avanti perde persone con cui ha lavorato, deve affrontare attentati, dolore e malattia e ogni volta la domanda sembra essere la stessa: e adesso?
La risposta non è mai semplice, ma quasi sempre comporta un movimento: andare, fare, conoscere, ricostruire, ricominciare.
Anche questo libro l’ho ascoltato su Audible, nella versione integrale letta da Cinzia Spanò, e in questo caso il giudizio sulla lettura è decisamente positivo: mi è piaciuta molto.
Spanò legge bene e riesce ad accompagnare una storia lunga – l’audiolibro supera le quattordici ore – senza renderla pesante; in un’autobiografia credo che la voce abbia un compito particolarmente delicato: deve far sentire la presenza della persona che racconta senza trasformare ogni episodio in una rappresentazione teatrale. Qui l’equilibrio funziona.
Ci sono momenti drammatici, altri molto personali e altri ancora legati alla guerra e alla politica e la lettura riesce a passare dall’uno all’altro mantenendo una buona naturalezza.
Alla fine, però, quello che resta di Della mia guerra, della mia pace oltre a Baghdad, gli attentati o le missioni internazionali, è soprattutto il ritratto di una donna che sembra avere trascorso buona parte della propria vita nei luoghi dai quali normalmente si cerca di scappare.
E forse la cosa più interessante è proprio il motivo per cui continua a tornarci: non perché non abbia paura, ma perché dall’altra parte ci sono delle persone e, prima di decidere chi siano, Anna Prouse vuole incontrarle.
DELLA MIA GUERRA, DELLA MIA PACE
- Autore: Anna Prouse
- Editore: HarperCollins Italia
- Anno edizione: novembre 2023
- Pagine: 416 p.